Riteniamo opportuno per questo nuovo inizio di anno scolastico pubblicare le riflessioni della Dirigente Scolastico Rossella Mengucci su alcuni problemi che investono la scuola: sollecitiamo i lettori che lo ritengano opportuno dare il proprio contributo su questi temi.
UNA SCUOLA PER TUTTI
La presenza crescente di studenti di diversa cittadinanza è una questione che tocca tutti i sistemi di istruzione
europei che si trovano ad affrontare le sfide dell’immigrazione e dei flussi di mobilità. Costruire una dimensione
interculturale nella scuola coniuga la capacità di conoscere e apprezzare le differenze tra le persone e le culture con
la ricerca di nuove forme di coesione sociale aperte al contesto culturale del territorio, secondo una visione della
“cittadinanza” coerente con i valori della Costituzione. È un obiettivo impegnativo che le scuole non possono affrontare
da sole.
Dati internazionali e nazionali denunciano come gli studenti migranti si trovino in una situazione di svantaggio
educativo: ritardo negli studi rispetto all’età anagrafica, maggiore dispersione scolastica, percorsi più accidentati,
livelli di insuccesso maggiori. Un gap sociale che rischia di ingigantirsi e richiede risposte urgenti e condivise, perché
la scuola rappresenta il primo luogo in cui si realizza l’integrazione sociale e linguistica dei giovani immigrati.
Il libro verde della Commissione europea, adottato il 3 luglio 2008, ha evidenziato tre punti chiave su cui
intervenire: evitare la creazione di contesti scolastici segregati e migliorare l’inclusione e l’equità dell’istruzione;
fronteggiare la crescente diversità di lingue materne e di prospettive culturali e costruire abilità interculturali;
adattare la didattica e costruire passerelle con le famiglie e le comunità di migranti.
Nel nostro Paese la presenza di centinaia di migliaia di ragazzi, che rappresentano 190 nazionalità di tutti i continenti
(peculiarità del caso italiano), richiede un approccio diverso all’accoglienza e all’esercizio del diritto di studio, che
deve entrare a tutti gli effetti nella progettazione educativa “ordinaria”.
La sfida della complessità chiede di far fronte ad un mutamento profondo delle esperienze di apprendimento, che non
possono più limitarsi all’acquisizione di contenuti confinati in ambiti disciplinari declinati secondo rigidi criteri
tradizionali, ma devono realizzare nuove forme di interconnessione tra saperi diversi e creare nuovi percorsi cognitivi.
Le linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri già nel 2006 hanno sottolineato la necessità di
rivedere i modelli tradizionali di insegnamento: “La presenza di minori stranieri funziona in realtà da evidenziatore di
sfide che comunque la scuola italiana dovrebbe affrontare anche in assenza di stranieri. Così è per la questione dei nuovi
modi di “intendere e farsi intendere”, per la riforma degli indirizzi della scuola secondaria superiore e, in modo
assolutamente preminente, per la costruzione di forme di integrazione sociale rispettose delle persone e delle
diversità. (…).La scuola italiana sceglie di adottare la prospettiva interculturale, ovvero la promozione del dialogo
e del confronto tra le culture per tutti gli alunni e per tutti i livelli: insegnamento, curricoli, didattica, discipline,
relazioni, vita della classe. Scegliere l’ottica interculturale significa (…) assumere la diversità come paradigma
dell’identità stessa della scuola nel pluralismo, come occasione per aprire l’intero sistema scolastico a tutte le
differenze (di provenienza, genere, livello sociale, storia scolastica)”.
È un approccio fondato su una concezione dinamica della cultura, che evita di separare le persone in mondi culturali
autonomi ed impermeabili, promuovendo, piuttosto, il confronto, il dialogo, la partecipazione e la reciproca
trasformazione, per rendere possibile la convivenza e la gestione dei conflitti che ne derivano, a vantaggio di una
crescita culturale dell’intera comunità.
È un modello che ha dato ottimi risultati in Paesi come la Svezia e la Norvegia, in cui le classi multietniche
sono una realtà consolidata e gli allievi stranieri raggiungono gli stessi positivi traguardi formativi degli altri,
come è puntualmente attestato dalle ricerche internazionali.
È evidente che la scuola deve poter contare su una rete di relazioni con il territorio che coinvolgano enti locali,
associazioni e istituzioni pubbliche e private, ma anche imprese e mondo del lavoro.
La conoscenza della lingua italiana è uno dei primi scogli da superare. L’insegnamento dell’italiano come seconda
lingua è essenziale per il processo di integrazione, condizione di base per capire ed essere capiti, per studiare e
ottenere un successo scolastico, per sentirsi parte della comunità.
Per gli studenti con cittadinanza non italiana il rischio più alto di insuccesso scolastico spesso è determinato
dai problemi di inserimento connessi alle difficoltà linguistiche, soprattutto nel caso degli adolescenti che giungono
nel nostro Paese per i ricongiungimenti familiari e accedono direttamente alla scuola secondaria.
Le problematiche interculturali assumono una rilevanza particolare negli istituti professionali e negli istituti
tecnici, dove la presenza di studenti stranieri è particolarmente diffusa: l’80% dei ragazzi di cittadinanza non italiana
scelgono questi percorsi formativi, perché offrono maggiori opportunità di un rapido inserimento nel mondo del lavoro.
È un dato che deve far riflettere, alla luce della difficoltà ripetutamente denunciate dalle imprese di reperire
sul mercato del lavoro giovani in possesso delle competenze tecniche e professionali necessarie per l’inserimento nelle
principali filiere produttive.
Gli studenti stranieri sono un investimento importante per il nostro Paese e rappresentano un’opportunità di
crescita e sviluppo economico per l’intera società. Essi stanno diventando il punto di riferimento per molti settori
produttivi strategici per il nostro sistema economico, che continuano a chiedere giovani motivati al lavoro e adeguatamente
preparati, senza trovare le risposte attese.